Manifestazione M5s contro Rearm Ue, domani pro Europa. A che punto siamo a Bruxelles?
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(Adnkronos) - Manifestazioni pro Europa, come la prima organizzata da Michele Serra a Roma e quella di Bologna di domani che ne ha raccolto il testimone, e manifestazioni contro il riarmo dell’Europa, come quella organizzata dal Movimento Cinquestelle oggi. Il dibattito sulle scelte da fare per reagire alla spinta della nuova collocazione internazionale degli Stati Uniti di Donald Trump resta particolarmente acceso, soprattutto in Italia.
Ma a che punto siamo con l’idea di una difesa comune in Europa? E a che punto è il piano Rearm Eu ipotizzato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen?
Sul primo fronte, pesa il fattore tempo, servono anni per ipotizzare i primi risultati concreti, e pesano le diverse aspirazioni degli Stati membri. Un elemento, questo, che è emerso chiaramente durante l’ultima riunione del Consiglio Ue, che ha prodotto il via libera (senza Ungheria) al sostegno all’Ucraina e un sì di principio, e quindi solo simbolico, al piano Rearm Ue. Tutto è rimandato a giugno, con diversi nodi da affrontare per tradurre il principio in azione concreta.
In particolare, l’Europa si muove ancora in ordine sparso sulle risorse da impiegare e sulle modalità per farlo. Rispetto alla struttura ipotizzata, ci sono resistenze e spiragli di consenso a geometria variabile. I Paesi che hanno un debito alto, a partire da Italia e Francia, temono effetti negativi per i propri conti pubblici. Timori che potrebbero consigliare di non chiedere né le deroghe al patto di Stabilità né i prestiti offerti dalla Commissione. Bruxelles ha proposto di attivare la clausola nazionale, che permette di investire fino all’1,5% del Pil nella difesa per mobilitare 650 miliardi in quattro anni. Il problema è che si tratta di somme che non saranno conteggiate nel deficit, quindi non impattano sulle procedure d’infrazione, ma faranno aumentare il debito e quindi spingeranno gli investitori a chiedere interessi più alti.
Altrettanti dubbi, altri Paesi li prospettano anche per i 150 miliardi di prestiti diretti dell’Europa con il piano ‘Safe’, garantiti dal bilancio Ue. Il vantaggio in questo caso è nella possibilità di indebitarsi a un tasso ridotto ma sono risorse che in ogni caso gli Stati devono restituire. È il motivo per cui la Spagna spinge per i contributi a fondo perduto da parte dell’Europa. D’altra parte, la Germania non è interessata ai prestiti, visto che si indebita da sola a tassi inferiori, e preferirebbe allargare ancora le maglie del Patto di Stabilità, allungando la durata della deroga oltre i quattro anni.
Poi ci sono i Paesi frugali, come l’Olanda, che restano contrari a qualsiasi forma di debito, con la conseguenza che il nuovo debito comune rischia di non essere sfruttato. Ci sarebbe anche un’altra strada: la proposta italiana sui capitali privati, usando meccanismi come InvestEu, che attraverso garanzie pubbliche potrebbero arrivare a mobilitare fino a 200 miliardi di fondi.
In questo scenario, Bruxelles deve fare i conti anche con la richiesta americana di portare i fondi per la difesa dal 2 al 3% del Pil. Anche in questo caso, se ne parlerà a giugno, al vertice Nato. I margini di manovra sono stretti, considerando che un rifiuto della Ue potrebbe dare a Trump un alibi per smarcarsi dall’Alleanza atlantica. Tra una manifestazione e l'altra, andranno prese le decisioni che servono a ridare un ruolo all'Europa, in un contesto ulteriormente complicato dai dazi e dalla guerra commerciale che ne può derivare. (Di Fabio Insenga)